Il 25 Aprile si avvicina e qui vogliamo riproporre un articolo su Resistenza e lotta di liberazione pubblicato nel 2014 a firma di Mario Faggion
25 luglio e 8 settembre
Due date misero in movimento, nel quarto anno di guerra, le forze politiche vicentine, che si stavano ricostituendo dopo il ventennio fascista e l’andamento disastroso delle operazioni belliche per l’Italia: il 25 luglio 1943 e l’8 settembre dello stesso anno.
Le dimissioni e l’arresto di Mussolini il 25 luglio furono il tentativo 3della classe dirigente italiana, responsabile della guerra – il re, l’alta nobiltà, il capo e i gerarchi del fascismo, i grandi gruppi industriali e finanziari –, di determinare un cambiamento fittizio scaricando sul “duce” tutte le colpe, per trovare una via d’uscita di fronte alla catastrofe imminente e salvare così il sistema di potere. Infatti le operazioni militari sul fronte dell’Europa orientale e dell’Africa settentrionale, nei primi mesi del 1943, avevano segnato delle clamorose sconfitte per la Germania nazista e l’Italia fascista. Gli scioperi del marzo 1943 nel triangolo industriale (Piemonte, Lombardia, Liguria) avevano del resto messo in evidenza la rottura del rapporto di fiducia e di consenso dei lavoratori impegnati nella produzione bellica. Infine lo sbarco angloamericano in Sicilia nella notte fra il 9 e il 10 luglio segnò il punto più alto della crisi: la guerra era portata sul suolo patrio.
Ecco allora il disegno di cambio della “guida”: da Mussolini a Badoglio. Ecco la ripresa del comando delle forze armate nella mani di re Vittorio Emanuele III°. La popolazione accolse la notizia delle dimissioni e dell’arresto di Mussolini con entusiasmo e speranza.Manifestazioni popolari si svolsero in tutti i centri grandi e piccoli del Paese. I partiti antifascisti emersero dalla clandestinità, chiedendo la fine della guerra, la liberazione dei detenuti e dei confinati per ragioni politiche, istituzioni libere e democratiche. I simboli del fascismo – scritte, monumenti, quadri, statue – furono presi d’assalto e demoliti. I gerarchi fascisti di ogni livello, alto e basso, sparirono dalla circolazione.
Si registrarono movimenti di popolo in città e nelle località del Vicentino. A Vicenza il “comitato interpartitico antifascista”, formatosi già prima del 25 luglio – comprendeva esponenti del Partito d’Azione: Dal Prà, Magagnato, Perin, Pranovi; del Partito Comunista Italiano: Cerchio, Lievore, Rossi, Giordano e Bruno Campagnolo; del Partito socialista: Faccio, Segala, De Maria – incontrò subito il prefetto Pio Gloria, rivendicando il ripristino delle libertà, la liberazione dei detenuti politici, la fine del coprifuoco. Egli prese tempo, fornendo assicurazioni e promesse, in attesa di disposizioni. Si ebbe qualche segnale nuovo: Il quotidiano “Vedetta Fascista” diventò “Il Giornale di Vicenza” e il poeta Antonio Barolini fu nominato direttore. Il giornale “Giustizia e Libertà” fu diffuso apertamente; cominciò ad uscire pure un valido foglio locale, la “Voce del Popolo”, frutto della collaborazione tra azionisti e comunisti vicentini. Furono rinnovate le commissioni interne presso la tipografia del quotidiano “Il Giornale di Vicenza” e alle Smalterie Venete di Bassano. Cominciarono a rientrare dalle carceri e dal confino gli antifascisti. Dopo 17 anni, in agosto, tornò il dirigente comunista Domenico Marchioro. Assunse la responsabilità di segretario provinciale della Federazione Comunista, trasferita dal centro operaio di Schio a Vicenza.
Trascorsi i primi giorni di mobilitazione e di attesa, vennero però compresi nel loro significato i proclami del re e di Badoglio emessi il 25 luglio. Con il colpo di Stato non si intendeva porre fine al regime autoritario ed estirpare il fascismo. Si prendeva tempo per la questione della guerra. Con l’obiettivo di mantenere l’ordine pubblico, in varie città le manifestazioni furono vietate e represse nel sangue. Undici divisioni dell’esercito furono adibite al mantenimento dell’ordine e della sicurezza. Due divisioni furono spedite in Venezia Giulia a combattere il movimento partigiano. Mentre le ostilità belliche proseguivano a fianco della Germania, Badoglio avviava trattative segrete con il comando angloamericano per giungere ad una pace separata.
Così si arrivò all’8 settembre, giorno dell’armistizio, e il capo del governo annunciò alla radio “la cessazione delle ostilità contro gli angloamericani”, con l’invito a “reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Il comando tedesco non fu colto di sorpresa e applicò il piano già predisposto di occupare l’Italia.
Mentre Badoglio e i suoi ministri, con il re e la casa reale, prendevano la via del Sud, toccando prima Pescara e poi Brindisi, le sorti del nostro esercito, superiore certamente per forze e armamento alle truppe tedesche presenti in Italia, furono affidate alla volontà d’iniziativa e di risposta degli alti comandi militari. C’erano disposizioni precise, contenute nella “Memoria 44 OP”, di comportamenti operativi nei confronti dei tedeschi, ma furono applicate solo in parte e a discrezione di ciascun comando. Così fu destinato al dissolvimento l’esercito italiano, in un clima di disorientamento, confusione, abbandono e carenza di ordini. Non mancarono tuttavia episodi eroici di resistenza. Ufficiali e soldati combatterono aspramente nelle isole dell’Egeo contro i tedeschi (Cefalonia, Corfù, Lero, ecc.), nei Balcani, in Corsica, in Sardegna, a Roma. Scontri armati ci furono nel Triveneto a Trento, a Gorizia, a Verona, a Schio. Centinaia di migliaia di giovani militari si misero in viaggio con ogni mezzo per raggiungere le proprie case. Oltre seicentomila soldati furono fatti prigionieri in Italia, Francia, Grecia, Albania e Jugoslavia e rinchiusi nei campi di concentramento in Germania. Li chiamarono “internati” per non rispettare le convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra. Subirono umiliazioni e sofferenze inaudite. Fecero la loro resistenza in prigionia, rifiutando di collaborare con Hitler e Mussolini, con la R.S.I., messa in piedi dai tedeschi per ottenere il pieno dominio sull’Italia del Centro e del Nord. Soltanto l’uno per cento dei soldati e il tre per cento degli ufficiali accettarono di schierarsi con Hitler e con il fascismo repubblichino.
I tedeschi occuparono il Vicentino il 9, 10 e 11 settembre. A Vicenza l’occupazione fu completata il giorno 11 e proprio quel giorno per mano tedesca caddero due donne vicentine, Nerina Sasso di 21 anni e Novelia Turato di 33, che portavano aiuto ai giovani soldati catturati e li invitavano a porsi in salvo. La “Voce del Popolo” uscì la sera stessa dell’otto settembre con l’appello alla lotta contro gli invasori nazisti. Il 10 settembre un’edizione straordinaria fu dedicata ai soldati di Boemia e d’Austria, incitandoli a sabotare la guerra. Gli antifascisti dovettero rientrare nella clandestinità, cercando luoghi sicuri di rifugio. Il Comitato di Liberazione Nazionale sorse a Roma il 9 settembre; a Milano, nel cuore dell’Italia occupata, fu fondato l’11 settembre dai partiti: Gruppo di Ricostruzione Liberale, Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Socialista e Partito Comunista. A Vicenza il Comitato Antifascista, allargato alla Democrazia Cristiana, diventò Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale. Fu creato il Comitato Militare Provinciale, diretto da Gino Cerchio e Mario Dal Prà, affidato al comando del Col. D’Aiello, poi del Magg. Malfatti.
Le forze politiche della sinistra vicentina presero però a muoversi subito sotto la direzione del Comitato Militare Provinciale Dalla Pozza (dal nome del responsabile Romeo Dalla Pozza, esponente comunista di primo piano, in stretto rapporto con Domenico Marchioro, i fratelli Campagnolo, Gino Cerchio, Emilio Livore, Leonida Zanchetta e Vittorio Dorio). Il Prof. Carlo Segato “Marco” fu nominato “addetto militare” di questo comitato, che cominciò ad agire per dar vita a formazioni partigiane sui monti ( il Comitato Dalla Pozza confluirà più tardi nel Comitato Militare Provinciale ufficiale).
Quali furono i compiti immediati del C.M.P. e del C.L.N.P. ?
Promuovere i gruppi partigiani; procurare armi, viveri, vestiario e basi; assistere i prigionieri alleati sfuggiti ai tedeschi; aiutare i perseguitati per motivi religiosi, razziali e politici e i ricercati; portare conforto ai carcerati; mantenere i collegamenti con i Comandi Alleati per i “lanci”; stabilire un collegamento stabile con il Governo del Sud che il 23 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania; operare sul territorio il controllo delle forze tedesche e repubblichine; ospitare le missioni militari alleate; organizzare il sabotaggio della produzione bellica, delle vie e dei mezzi di comunicazione, della rete di distribuzione dell’energia elettrica; intervenire sulla ripartizione delle derrate alimentari.
L’organizzazione della lotta armata
Nell’opera di soccorso verso gli ebrei, i soldati e gli ufficiali alleati e gli incarcerati si distinsero alcune personalità cattoliche di primo piano come Torquato Fraccon, Giacomo Rumor, Giacomo Prandina e altri; si avvalevano dell’appoggio della vasta e articolata struttura delle associazioni e delle parrocchie. Formato alla scuola di Mons. Rodolfi, vescovo di Vicenza dal 1911 al 1943, autorevole difensore dell’autonomia delle organizzazioni cattoliche dalle pretese egemoniche sulla gioventù del fascismo totalitario, nel maturare delle condizioni storiche della “crisi” del regime, del precipitare degli eventi con l’occupazione tedesca e la rinascita del fascismo più deteriore e vendicativo con la R.S.I., il mondo cattolico assunse un ruolo importante nel processo di formazione della lotta di liberazione. Soprattutto le comunità di collina e di montagna, unite e solidali nel loro tessuto religioso, civile e sociale, furono aperte ai nuclei di renitenti e alle prime bande di “ribelli”, offrendo ospitalità, appoggio, asilo e fiducia.
Mentre i cattolici si dedicavano alle iniziative di soccorso e di sostegno, la sinistra vicentina, comunista, azionista e socialista, impegnò le sue forze migliori nella costruzione delle formazioni partigiane per l’avvio della lotta armata contro i nazifascisti. Puntava sulla organizzazione politica dei partiti del C.L.N.P., sull’esperienza degli antifascisti usciti dalle carceri e dal confino, sulla guida illuminata di alcuni intellettuali, tra cui Toni Giuriolo, educatore di giovani e capo dei “piccoli maestri”, sull’adesione, sulla solidarietà e aiuto concreto dei centri operai di Schio, Valdagno, Arzignano, Bassano e Vicenza.
Dopo l’8 settembre 1943, sulle colline e sulle montagne del Vicentino si erano ritirati, vicini alle loro contrade, migliaia di giovani. Essi diventarono, nella grande maggioranza, renitenti all’apparire dei bandi di chiamata alle armi della R.S.I. nel novembre 1943, nel febbraio e nell’aprile 1944. L’incontro dei giovani renitenti con i vecchi antifascisti e con i militanti operai e intellettuali della sinistra, saliti sui monti, determinò in via preminente l’avvio della lotta di liberazione.
La Resistenza si rafforzò gradualmente, compì esperienze e progressi e, spinta dall’evolversi della situazione e dalle condizioni ambientali favorevoli, si trasformò in lotta armata.
Nell’autunno del 1943 c’erano vari gruppi, tesi nello sforzo di aggregazione e di ribellione. Sul Grappa si era raccolta la banda di Pierotti, sul versante Feltrino quella di Zancanaro. Sui monti di Schio, centro industriale dalle solide tradizioni operaie, si formarono il gruppo del Festaro, diretto da Igino Piva “Romero”, e il gruppo del Masetto, che raccoglieva i giovani di Torrebelvicino. Sulla dorsale dei Tretti e del Novegno i militari sbandati erano capeggiati da “Marte”, “Turco”, “Bixio” e “Brescia”. Sulle colline di Fara, Salcedo, Calvene, Lugo e Zugliano si muoveva un altro gruppo, gruidato da “Loris”. A Fratta di Valpegara, nella Valle dell’Astico, si radunò un gruppo di una trentina di elementi. Sull’Altipiano di Asiago presero vita il gruppo di Tresché Conca di “Spiridione”, quello di Canove e altri ancora. Sulle pendici meridionali dell’Altopiano si costituì il gruppo di Fontanelle di Conco. Ferruccio Manea “Tar” e il fratello Ismene, garibaldino di Spagna, si misero alla testa di un gruppo sui monti intorno a Malo. Nell’alta Valle del Chiampo centinaia di giovani restavano in attesa degli eventi. Nella Valle dell’Agno, sui monti di Castelvecchio, Marana e di Recoaro, si riunirono operai e studenti di Valdagno, Arzignano e Vicenza, con “Pedro”, “Giove”, “Giorgio”, “Robin”, “Asso” e Sergio Perin, sostenuti da “Piero Stella”, Domenico Marchioro e “Marco”.
I paesi di collina e di montagna e le centinaia di contrade sparse sui versanti montuosi dell’Alto Vicentino accolsero, aiutarono e sostennero gli sbandati, i renitenti e i primi gruppi di “ribelli”. Condivisero la loro vita e la loro condizione tanti giovani contadini e montanari. Il fascismo non aveva mai fatto breccia in questi centri, gelosi della loro autonomia e della loro identità. E minore ascolto ancora trovò la politica della RSI, che li chiamava a schierarsi con il tedesco invasore, nemico già della prima guerra mondiale, aspramente combattuto e avversato nelle vicine zone di confine. I bandi, gli appelli delle autorità, le ricerche della forza pubblica ottennero il risultato contrario: centinaia di giovani delle contrade entrarono nei gruppi dei “ribelli”, che assumevano ben presto le caratteristiche e la condotta delle formazioni partigiane.
Si cementò così l’unione fra antifascisti provati, operai delle fabbriche maggiori orientati politicamente, militari che esprimevano una forte coscienza di indipendenza e difesa della Patria, studenti e intellettuali dei centri urbani e contadini-montanari della colline e dei monti vicentini.
E’ noto che il gruppo di Fontanelle di Conco finì in modo negativo la sua esperienza stroncato da un rastrellamento l’11 gennaio 1944, già indebolito da una dolorosa divisione interna che si era conclusa il 30 dicembre 1943 con l’uccisione di quattro esponenti comunisti.
E’ altresì noto che il gruppo di Malga Campetto di Recoaro, diretto da Raimondo Zanella “Giani” e da Romeo Zanella “Germano”, che riunì dal gennaio 1944 diversi quadri politici mandati lassù dalla Delegazione Triveneta Garibaldi di Padova e tanti giovani di Schio, Valdagno, Recoaro e Vicenza, inviati dall’organizzazione comunista in primo luogo, ma pure da quella azionista e socialista, costituì il nucleo originario delle Formazioni Garibaldine Garemi.
Malga Campetto divenne uno dei primi due centri regionali di aggregazione e di sviluppo della lotta armata contro i nazifascisti.
I numerosi rastrellamenti del mese di marzo non influirono sulla crescita impetuosa delle pattuglie e sulle numerose azioni militari.
Gli scioperi del marzo 1944 a Valdagno, Schio, Arzignano, Vicenza e Bassano e i bandi del mese di aprile, che fissavano un termine perentorio: presentarsi o essere fucilati, alimentarono ed estesero la ribellione.
Sui monti del Vicentino si misero in azione nella primavera e agli inizi dell’estate la brigata Stella, la brigata Apolloni, la Brigata Vicenza (poi Pasubio), la brigata Mazzini, la brigata Sette Comuni, la brigata Italia Libera, la brigata Matteotti e tanti battaglioni (Tre Stelle, Ismene, Civillina, Pretto,…).
In maggio si formò nella pianura vicentina, nei paesi intorno a Vicenza e nella stessa città, il battaglione Guastatori.
Si delineava in questo modo, per gradi, lo schieramento del Gruppo Divisioni Garemi, della Divisione Alpina Monte Ortigara, della Divisione Vicenza e della Divisione Martiri del Grappa (con la breve esperienza pure della Divisione Pasubio nella valle del Chiampo), che condussero la lotta armata nel Vicentino fino alla liberazione.
Maturava così la lotta di liberazione, che vide partecipi oltre 12.000 partigiani e patrioti vicentini, uomini e donne, con 2.607 combattenti e civili caduti per la democrazia, la giustizia, la libertà e la pace.
La lotta armata nella primavera-estate 1944
La primavera del 1944, dopo i mesi invernali di operosa preparazione, impresse al movimento partigiano vicentino un rapido processo di aggregazione. La scelta della lotta armata contro i tedeschi e i fascisti della R.S.I. si estese dalla città ai centri maggiori e investì soprattutto le colline e le montagne della nostra Provincia. Si affermò con caratteristiche differenti da zona a zona, secondo l’orientamento politico e culturale dei gruppi dirigenti delle bande partigiane e la loro stessa composizione, ma l’impegno coinvolse un grande numero di combattenti e ampi strati di popolazione.
L’unione fra gli antifascisti di provata esperienza, i nuclei operai delle grandi fabbriche con una più marcata formazione politica, giovani ufficiali con una chiara coscienza della dignità e dell’indipendenza della Patria, studenti e intellettuali dei centri urbani e tanti contadini e montanari, gelosi difensori della propria identità e autonomia, alimentò il dispiegarsi delle formazioni della Resistenza. Lo scontro con i nazifascisti divenne quotidiano.
I tedeschi avevano posto forti presidi militari a Vicenza capoluogo e in tutti i paesi della Provincia. Dai centri mandamentali, dove avevano concentrato le forze più consistenti, esercitavano il controllo sulla popolazione, sulle industrie e sull’attività agricola dell’intero territorio circostante e dei paesi vicini.
La Provincia di Vicenza, ricca di fabbriche essenziali per la produzione bellica (Schio, Valdagno, Arzignano, Vicenza, Montecchio Maggiore, Bassano) e di campagne fertili, era molto importante per la Germania. La stessa posizione geografica, a confine con Trento e Belluno (con Bolzano e l’Alto Adige costituivano l’Alpenvorland, regione annessa al grande Reich) e le vie di comunicazione con il Trentino (Piccole Dolomiti, Val Leogra, Astico, Altopiano, Val Brenta) costituivano fattori di estremo interesse e di valore strategico.Kesselring, comandante supremo delle truppe tedesche operanti in Italia e nel sud-ovest europeo, nel settembre 1944 portò il comando proprio ai piedi delle Piccole Dolomiti, alle Fonti Centrali di Recoaro.
La stessa R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana), dopo la liberazione di Roma, spostò “pezzi” consistenti dei suoi apparati e ministeri nel Vicentino: a Valdagno il comando generale di polizia del Ministero degli Interni, l’archivio dell’Ovra, il gruppo Gamma; a Tonezza lascuola allievi ufficiali della G.N.R.(Guardia Nazionale Repubblicana); a Thiene la Xª Mas; a Montecchio Maggiore la marina; a Longa di Schiavon la scuola delle SS italiane.
In luglio, per ordine del generale Wolff, capo delle SS e comandante di polizia in Italia, il capitano Büschmeyer, del 263° Battaglione Russo, venne nominato comandante di sicurezza del Settore Vicenza-Nord, comprendente Recoaro, Valdagno, Schio, Arzignano, Piovene Rocchette, Arsiero, Marano Vicentino, Thiene, Marostica, Bassano del Grappa e Asiago, con il compito di reprimere il movimento partigiano e di guidare la lotta alle bande; a sua disposizione furono messe tutte le unità militari germaniche del settore.
Alcuni avvenimenti avevano accelerato la crescita delle formazioni della Resistenza: in primo luogo la “svolta di Salerno” con la decisione di formare nel Sud il governo di unità nazionale, rinviando la questione della pregiudiziale antimonarchica alla conclusione della guerra; il 22 aprile 1944 entrarono nel governo Badoglio Palmiro Togliatti, Carlo Sforza e Benedetto Croce; il fallimento poi dei bandi di chiamata alle armi della R.S.I. del 7.11.1943, 18.2.1944 e 18.4.1944, che mise in luce il rifiuto della guerra del popolo italiano e la sfiducia nella R.S.I.; l’aumento della conflittualità dei lavoratori, scesi nella primavera del 1944 in sciopero generale; la liberazione di Roma il 4 giugno, che costrinse tedeschi e fascisti ad abbandonare la capitale e ad arretrare per attestarsi su una nuova linea di difesa; losbarco in Normandia il 6 giugno, che aprì in Europa il fronte occidentale di lotta alla Germania.
Il 10 giugno si formò a Roma il governo Bonomi, di netta impronta antifascista, e diventarono ministri anche Giuseppe Saragat e Alcide De Gasperi. L’unità politica dei partiti del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) a livello governativo era compiuta. Nello stesso tempo si realizzò la loro unità militare con la creazione del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.). Al C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e al C.V.L. facevano riferimento le forze armate della Resistenza.
Tutti questi elementi influirono sulla condotta delle bande partigiane del Vicentino, che nella primavera e nell’estate del 1944 conobbero uno sviluppo rigoglioso ed entusiasmante.
Nella Valle del Chiampo si era affermata la brigata “Vicenza” (divenuta brigata e divisione “Pasubio” in agosto) del comandante Giuseppe Marozin “Vero”. Assorbendo alcuni bravi partigiani del Gruppo di Malga Campetto, il 13 aprile Marozin poté iniziare apertamente la lotta contro i nazifascisti nell’alta Valle del Chiampo, estendendola poi alle valli veronesi dell’Alpone e dell’Illasi e sui monti Lessini.
Ai primi di giugno “Ciccio” impedì alle reclute della G.N.R. di partire dalla stazione di Chiampo. A maggio e giugno furono portati attacchi efficaci contro le caserme della milizia fascista di Illasi, Vestenanova e Crespadoro. I capopattuglia della brigata “Vicenza” impegnarono i tedeschi in scontri in tutta l’area. Venne assalito ed espugnato il presidio fascista di Campofontana. Il primo luglio fu invaso e dato alle fiamme il municipio di S.Pietro Mussolino, dopo la distruzione in mezzo alla piazza dei documenti anagrafici, utili per i richiami alle armi.
La virulenza degli attacchi mise in allarme tedeschi e fascisti costretti a fronteggiare nella vicina Valle dell’Agno i garibaldini della “Stella”, lanciati in molteplici azioni partigiane contro presidi, mezzi di trasporto, convogli e macchine nemiche di passaggio.
Dopo aver fucilato a Valdagno il 3 luglio sette dirigenti della Resistenza politica, catturati dai fascisti e messi nelle loro mani, i tedeschi investirono con un massiccio rastrellamento l’alta Valle dell’Agno, la Valle del Chiampo e l’alta Valle dell’Alpone. Dal 5 al 13 luglio misero a ferro e a fuoco intere contrade di Castelvecchio, Marana, Altissimo, Crespadoro, S.Pietro Mussolino e Vestenanova. L’obiettivo era duplice: agganciare e distruggere le formazioni partigiane e terrorizzare la popolazione: Gli effetti per gli abitanti dei centri montani furono devastanti: decine di vittime civili, abitazioni incendiate, stalle e fienili distrutti, animali requisiti. Fu un duro colpo per la brigata “Vicenza”. S’incrinò il rapporto con la popolazione, compromesso pure dai metodi autoritari di Marozin e da una condotta che non rispettava le direttive del C.L.N..
Nella vasta area delle Prealpi (Piccole Dolomiti, Pasubio, Novegno, Altipiani di Tonezza e Folgaria, parte occidentale e meridionale dell’Altopiano di Asiago) e nelle Valli dell’Agno, del Leogra, di Posina, di Terragnolo e dell’Astico, si erano sviluppate le bande partigiane delle Formazioni “Garemi”, dirette da Nello Boscagli “Alberto”, Lino Marega “Lisy” ed Elio Busetto “Guglielmo”, e che si chiamarono: “Stella”, “Martiri Val Leogra”, “Pasubiana”, “Pino”, “Mameli”, “Martiri della Libertà”, “Battaglione di pianura” nel Basso Vicentino e nel Padovano (divenuto poi “Martiri di Grancona 2”), “Avesani” sul Monte Baldo e dopo in Lessinia.
Tutte le vie di comunicazione (Trento-Verona, Trento-Rovereto-Schio, Trento-Thiene-Vicenza, Trento-Bassano) erano in costante pericolo di interruzione e di danneggiamento. Stessa sorte toccava alle linee ferroviarie, tranviarie, telefoniche, elettriche e alle centrali che assicuravano energia alle industrie e ai centri abitati. Innumerevoli furono gli atti di sabotaggio, di attacco a caserme e presidi, di disarmo; gli episodi di guerriglia resero poco sicura le vita dei nazifascisti, sia nelle strutture presidiate, sia nei loro spostamenti. Alcune azioni vanno citate per i risultati conseguiti e per le capacità e il valore dimostrati: il 23 maggio “Cita” con i suoi uomini provoca il deragliamento di una tradotta militare tedesca a Ala; la pattuglia di “Furia” l’8 giugno cattura i membri dell’ambasciata giapponese con documenti importanti; un’altra pattuglia fa prigionieri, sempre ai primi di giugno, 4 ufficiali superiori tedeschi con importanti piani sui lavori di fortificazione nelle Prealpi; il 15 giugno sono bloccati gli impianti industriali della zona di Schio con la paralisi dell’Italcementi; il 17 giugno Bruno Brandellero “Ciccio”, per salvare i civili di contrada Vallortigara, dona la sua vita; il 20 giugno i partigiani della Stella con 14 atti di sabotaggio fermano i lanifici Marzotto; il 15 luglio gli uomini di “Turco” sferrano l’attacco alla caserma della G.N.R. di Tonezza; il 23 luglio le pattuglie di “Dante”, “Catone”, “Armonica”, “Pompeo” e “Rosso” disarmano la marina della R.S.I. di Montecchio Maggiore; il 31 luglio e il 1 agosto i partigiani del “Tar” sul Pasubio impegnano in battaglia i nazifascisti; il 12 agosto a Malga Zonta Bruno Viola “Lampo – il Marinaio” sostiene con i suoi compagni uno scontro mortale contro i nazifascisti; il 26 agosto “Lupo” e “Pascià” a Marola di Chiuppano con il sacrificio della loro vita consentono agli uomini del battaglione “Ubaldo” di raggiungere la salvezza e l’Altopiano, diretti verso Rubbio.
Nella zona montuosa dei Sette Comuni fra il Brenta e l’Astico nella primavera e nell’estate del 1944 agirono oltre al gruppo partigiano de “I Piccoli Maestri” costituito prevalentemente da studenti vicentini e guidati da Toni Giuriolo, anche numerosi partigiani della futura divisione “Monte Ortigara”, inquadrati nelle brigate “Fiamme Rosse” e “Fiamme Verdi”, mentre nella pedemontana tra Thiene, Breganze, Marostica e nei centri abitati sulle colline verso l’Altopiano si mossero i partigiani della brigata “Mazzini”, della medesima divisione. I nomi dei loro comandanti, Giovanni Carli “Ottaviano”, Giacomo Chilesotti “Nettuno”, Rinaldo Arnaldi “Loris” e Francesco Zaltron “Silva”, sono entrati nella storia della Resistenza vicentina. Più tardi si aggiunse pure la brigata “Giovane Italia”. Le brigate della “Monte Ortigara” esercitarono un forte e continuo controllo del territorio (strade, ferrovie, ponti, lavori TODT, presidi, caserme, movimenti di automezzi e di colonne) nel Vicentino, nel Trentino orientale e nella Valsugana, operando sabotaggi, disarmi, prelevamenti, interruzioni ferroviarie e stradali, danneggiamenti delle linee telefoniche ed elettriche e movendo attacchi ai fascisti di Salcedo, Lugo, Calvene, alla caserma di S.Caterina, ai cantieri di Fontanelle, ai convogli in transito nella Val d’Assa. Rabbiose furono le reazioni dei nazifascisti con frequenti rastrellamenti e rappresaglie; nella notte tra l’8 e il 9 agosto, settantaquattro case dell’abitato di Camporovere furono date alle fiamme.
Sul massiccio del Grappa si erano organizzate la brigata “Gramsci”, la brigata “Matteotti”, la brigata “Italia Libera” di Campo Croce e la brigata “Italia Libera” dell’Archeson. Toccavano il territorio di tre province: Vicenza, Belluno e Treviso. Erano una spina nel fianco dello schieramento nazifascista, perché minacciavano le vie di comunicazione della Val Brenta, della Valle del Piave, del Feltrino, le linee ferroviarie, le strade di collegamento della fascia pedemontana, le strutture militari fisse e mobili dello schieramento tedesco e fascista repubblicano.
Nella pianura vicentina, in città e nei paesi limitrofi, nel cuore delle grandi vie di comunicazione viarie e ferroviarie con l’Italia del Nord tra Venezia e Milano, adeguandosi alle condizioni di lotta permesse dall’ambiente geografico, si era formata la Resistenza “territoriale”; la pianura era stata suddivisa dagli organi della Resistenza provinciale, C.L.N.P. (Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale) e C.M.P. (Comitato Militare Provinciale), in Settori, che cooperavano con le formazioni partigiane di montagna e si dedicavano all’opera di sabotaggio della produzione industriale, dei trasporti militari, delle cabine elettriche, delle linee telefoniche, dei ponti, delle ferrovie e delle strade principali. Non erano partigiani alla macchia i sabotatori, ad eccezione dei quadri dirigenti e dei comandanti. Mandata ad effetto l’azione di sabotaggio, eseguita di notte, essi tornavano alle loro occupazioni. Nel mese di maggio, unendo le esperienze fatte nel corso di vari colpi di mano soprattutto a Vicenza e nella sua immediata periferia, nacque il “Battaglione Guastatori” della futura divisione “Vicenza” dalla collaborazione di tre valenti dirigenti della Resistenza: Luigi Cerchio “Gino”, comunista, che aveva formato numerose squadre di gappisti, Gaetano Bressan “Nino”, capitano della Guardia di Frontiera addetto all’addestramento degli uomini, e Giacomo Prandina, cattolico, che a San Pietro in Gù aveva organizzato la raccolta degli aviolanci forniti dalle missioni alleate. Essi furono i comandanti del “Battaglione Guastatori” e misero in crisi in diverse occasioni il sistema di comunicazioni e di trasporto nazifascista. Memorabili furono alcune notti di fuoco, preparate in località lontane l’una dall’altra contemporaneamente per disorientare i nemici e neutralizzare le rappresaglie.
Nella notte fra il 23 e il 24 luglio i guastatori provocarono cinquanta interruzioni su linee ferroviarie, due sulla linea tranviaria Vicenza-Recoaro, la distruzione di due scambi a Cittadella e di un polverificio a Rossano Veneto. Nella notte fra il 26 e 27 agosto ci furono venti interruzioni su linee ferroviarie, l’attacco alla stazione di Altavilla con danneggiamento serio degli scambi e dei binari, il sabotaggio di tre linee ad alta tensione e di due tratti della linea tranviaria, l’arresto per quattro giorni della linea Bassano-Trento.
Nella città di Vicenza e nell’area a Nord-Ovest comprendente i comuni di Monteviale, Creazzo, Sovizzo, Altavilla, Brendola e Montecchio Maggiore, dal XIII Settore ebbe origine la forte brigata “Argiuna”. Dagli altri settori, nei fondovalle e in pianura, più tardi, nacquero le brigate “Rosselli”, “Martiri di Grancona”, “Damiano Chiesa 2°”, “Battisti”, “Silva” sui Berici e “A.Segato”.
La risposta nazifascista
Abbiamo delineato il quadro delle formazioni partigiane del Vicentino, sorte e attive in una vasta regione di vitale importanza per i nazifascisti. Essi non potevano certo ignorarne l’esistenza, sottoposti com’erano ogni giorno ad imboscate, scontri e sabotaggi, La stessa prospettiva di ripiegamento in caso di avanzata alleata, ormai certa e prevedibile, per attestarsi su una linea di difesa sulle Prealpi o per disporsi ad un arretramento ordinato nell’Alpenvorland verso l’Austria e la Germania, era gravemente pregiudicata.
I nazifascisti prepararono e attuarono risposte massicce e pesanti contro i partigiani e le popolazioni, “colpevoli” di offrire loro asilo, rifornimenti, solidarietà.
Per comprendere la logica del loro agire occorre tenere presente la direttiva di Kesselring, comandante supremo in Italia, ai suoi sottoposti del 10 maggio 1944: «la lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Io proteggerò quei comandanti che dovessero eccedere nei loro metodi di lotta ai partigiani. In questo caso suona bene il detto: meglio sbagliare la scelta del metodo, ma eseguire gli ordini, che essere negligenti o non eseguirli affatto. Soltanto la massima prontezza e la massima severità nelle punizioni saranno valido deterrente per stroncare sul nascere altri oltraggi o per impedire la loro espansione. Tutti i civili implicati nelle operazioni antipartigiane che saranno arrestati nel corso delle rappresaglie saranno portati nei campi di concentramento….» (Da “Una città occupata”, Vol. II, di Luca Valente, Schio, 2000).
Nessuna supposta legge germanica giusta e severa, dunque, ma carta bianca alle truppe della Wehrmacht e delle SS e copertura degli eccessi!
Questa direttiva fu applicata alla lettera dai tedeschi e dalle milizie della R.S.I. al loro servizio nel corso della ritirata verso la Linea Gotica e nel confronto bellico con gli Alleati in Toscana e in Emilia-Romagna. Migliaia furono le vittime civili negli eccidi e nelle stragi: ricordiamo Civitella in Val di Chiana il 29 giugno, S.Anna di Stazzema il 12 agosto, il Padule di Fucecchio il 23 agosto, Marzabotto e centri vicini il 29 settembre e giorni seguenti. La pratica del terrore nazifascista fu un’arma terribile e inesorabile, che il popolo italiano dovette subire durante la Resistenza.
Dopo la battaglia per la liberazione di Firenze, durata dal 3 agosto al 2 settembre 1944, il fronte si era assestato sulla Linea Gotica, tra Massa e Pesaro in un arco di 280 Km, con al centro la Catena degli Appennini, dove i tedeschi avevano predisposto fortificazioni favorite dalla configurazione accidentata del terreno, fosse anticarro, dispositivi di difesa e campi minati.
Quando gli Alleati passarono all’offensiva liberando con l’Ottava Armata il 2 settembre Pesaro e il 20 settembre Rimini nel settore Adriatico e, nel settore tirrenico, sferrando l’attacco con la Quinta Armata il 13 settembre che produsse il 23 settembre lo sfondamento della Linea Gotica per 50 Km sull’Appennino toscano, romagnolo ed emiliano, sembrò che la conquista della pianura padana fosse questione di pochi giorni. Il C.V.L. emanò il 18 settembre le «direttive operative per la battaglia della pianura padana». Il 20 settembre il C.L.N.A.I. chiamò alla «insurrezione nazionale, per l’onore e la salvezza dell’Italia!».
Già prima dell’offensiva alleata e poi durante il suo svolgimento e nel suo arresto e fallimento, segnato dall’ordine di porvi termine il 27 ottobre, i tedeschi pur resistendo su nuove posizioni ebbero la forza di organizzare, con l’aiuto delle varie milizie fasciste (G.N.R., Brigate Nere, truppe dell’Esercito della R.S.I., bande varie come la Muti, la Koch, la Tagliamento, la X° Mas, la Carità e altre), rastrellamenti poderosi su vasta scala in tutta l’Italia settentrionale contro i partigiani.
Nella nostra provincia e nel Veneto colpirono: dal 5 al 13 luglio l’Alta Valle dell’Agno, la Valle del Chiampo e dell’Alpone; dal 12 al 14 agosto la Val Posina e l’Altopiano di Folgaria; il 6 e 7 settembre l’Altopiano di Asiago (Granezza – Bosco Nero); dal 31 agosto all’8 settembre il Cansiglio e l’Alpago;
dal 9 al 16 settembre le Valli dell’Agno, del Chiampo, dell’Alpone, dell’Illasi e la Lessinia veronese fino al Monte Baldo; dal 20 al 26 settembre il Massiccio del Grappa, dal 27 al 29 settembre l’Alta Carnia, con Nimis, Attimis e Faedi date alle fiamme; dal 2 ottobre al 20 dicembre la Carnia Meridionale.
L’arresto dell’offensiva alleata e lo svolgimento delle distruttive operazioni di rastrellamento ebbero delle serie ripercussioni sullo schieramento partigiano e sul morale delle popolazioni.
Sul Grappa le brigate furono scompaginate; dai gruppi superstiti sorse poi la “Martiri del Grappa” e intorno a Bassano e Marostica si formò la “Giovane Italia”.
La divisione “Pasubio” di Marozin fu costretta ad abbandonare la zona e il gruppo di comando riparò in Lombardia. La brigata “Stella”, delle Formazioni “Garemi”, estese l’area di influenza e di attività fino alle valli del Progno e dell’Illasi.
S’impose in tutti i gruppi partigiani un attento lavoro di riorganizzazione e di ristrutturazione delle formazioni.
Il duro inverno 1944/45
All’avvicinarsi del secondo inverno fu necessario adeguarsi alle dure condizioni della stagione e degli ambienti umani e sociali scossi dai rastrellamenti.
Il 13 novembre 1944, inoltre, con un messaggio diffuso via radio, il comandante in capo alleato Alexander dettò «le nuove istruzioni ai patrioti italiani», invitandoli a cessare le operazioni su vasta scala e a tenersi pronti ad ulteriori ordini conservando munizioni e materiali. Il suo proclama determinò sconcerto e sfiducia; i comandi della Resistenza ebbero la certezza che gli Alleati rinviavano la battaglia finale alla primavera. Il 2 dicembre il C.V.L., però, rivolgendosi a tutte le formazioni alle sue dipendenze, dichiarò che la campagna invernale non significava stasi: nessun patteggiamento o compromesso era possibile; la battaglia doveva continuare in modo accorto con agguati, imboscate, colpi di mano e sabotaggi.
Non ebbe seguito l’amnistia della R.S.I. del 28 ottobre, che concedeva entro gli otto giorni il condono ai renitenti se si presentavano e a quanti avevano disertato il lavoro obbligatorio.
Riscosse maggior credito l’offerta tedesca di legalizzazione per partigiani e sbandati in cambio dell’arruolamento nei lavori di interesse militare, sotto la TODT. Tale offerta garantiva una soluzione ai partigiani meno conosciuti e compromessi e coincideva con l’orientamento dei comandanti delle formazioni. Per la stagione invernale, infatti, fu dato l’ordine di spostamento in pianura ai partigiani non locali, dove avessero conoscenze e basi d’appoggio; di inserimento nei cantieri della TODT, mantenendo però i contatti con le formazioni; di temporaneo arruolamento nelle truppe di contraerea o nelle organizzazioni paramilitari. I gruppi dirigenti della lotta armata e i combattenti della libertà più noti ed esposti dovettero crearsi i «busi», i bunker sotto terra, in caverne umide e fredde, nelle “masiere”, sotto le stalle o nelle vicinanze di famiglie e contrade amiche.
Furono per tutti i resistenti mesi durissimi. Non cessarono i rastrellamenti. Si fecero frequenti le puntate dell’organizzazione antipartigiana fascista: brigate nere, banda Carità, X° Mas. Con l’opera di spionaggio, i ricatti, le torture, le intimidazioni e la corruzione effettuarono numerosi arresti e si abbandonarono a feroci eccidi e rappresaglie.
Tra novembre e dicembre furono imprigionati diversi membri del C.L.N. provinciale e del C.M. : Luigi Faccio, Ettore Gallo, Mariano Rossi, Henny Darin, Giacomo Rumor, Giustino Nicoletti, Torquato e Franco Fraccon, Nino Strazzabosco, Giordano Campagnolo, Giacomo Prandina, Carlo Segato, Gino Cerchio e altri. Subirono maltrattamenti e torture. Alcuni pagarono con la vita il loro impegno per la libertà e la democrazia.
L’attività di guerriglia e di sabotaggio, tuttavia, non cessò. Leggendo le relazioni operative delle formazioni vicentine della Resistenza si ha la prova di una continuità della lotta e di un intenso lavoro di preparazione allo scontro finale. Gli Alleati stessi, consci dell’importanza strategica di un movimento partigiano forte nella nostra Provincia e sulle nostre montagne, rafforzarono gli aiuti con gli aviolanci, consolidando i rapporti attraverso le missioni militari. Quelle più presenti e sensibili alle necessità e ai bisogni di armi, esplosivo, vestiario, soldi e materiali vari, furono la M.R.S. (Marino-Rocco Service), la “Icaro”, la “Freccia” (Ruina), la “Dardo” (Fluvius) e la “Grandad”.
Caddero così, nella prospettiva del confronto decisivo, alcune remore mantenute nei confronti dei garibaldini, che in precedenza avevano ottenuto scarsi e poco idonei rifornimenti. Tutte le formazioni partigiane ricevettero un armamento adeguato.
La liberazione
Gli Alleati ripresero le operazioni su larga scala contro i tedeschi ai primi di aprile. Il 5 aprile 1945 si mosse la Quinta Armata sul fronte tirrenico. Il 9 aprile l’Ottava Armata risvegliò il fronte adriatico . Entrambe avevano la collaborazione del Corpo Italiano di Liberazione e delle brigate partigiane che ad esse si erano unite.
Lo sfondamento del fronte avvenne ad Argenta il 17 aprile. Le azioni partigiane erano riprese con grande intensità nel vicentino nei mesi di marzo e di aprile.
I tedeschi dovettero arretrare verso il Po. Le forze anglo-americane, avanzando su due direttrici nella Pianura Padana, puntarono su Verona e su Venezia-Padova. Il 20 aprile insorse e si liberò Bologna. Il 21 insorse Modena. Il 24 si combatté a Reggio Emilia. Il 23 insorse e si liberò Ferrara. Genova combatté vari giorni e si liberò il 25 aprile. Lo stesso giorno, consacrato poi solenne festa nazionale, insorsero Torino e Milano. Cittadini e partigiani combatterono insieme contro i nazisti e i fascisti. Il Comitato di Liberazione Nazionale chiamò il popolo italiano all’insurrezione generale.
Attraversato fortunosamente il Po a Ostiglia, i tedeschi si ritirarono verso Verona, inseguiti dal II° Corpo Americano, che arrivò a Ca’ di David la sera del 24 aprile. I partigiani occuparono i forti di Verona. Il 25 si sollevò il popolo di Borgo Roma. Intendendo difendersi, i tedeschi fecero saltare i dieci ponti sull’Adige.
Le truppe tedesche si spostavano in direzione dei monti, dei passi prealpini, del Trentino.
La Provincia di Vicenza fu attraversata dai nazifascisti in ritirata da ovest verso est e da sud verso nord.
In ogni località le formazioni partigiane dovettero affrontare colonne nemiche che, in ordine sparso, ma ancora bene armate, si aprivano la strada verso l’Alpenvorland.
La Valle dell’Alpone insorse il 24 aprile e il 25 fu libera. La Valle del Chiampo insorse nei giorni 26 e 27 ma fu completamente libera il 28. I centri della Valle dell’Agno furono occupati dai partigiani, però a Valdagno ci furono scontri fino al 27 aprile e nei dintorni di Recoaro l’ultimo scontro ci fu il 28 aprile. Schio, con la Valle del Leogra, poté considerarsi libera il 29 aprile, dopo un’aspra battaglia e l’accordo tra il Comando Germanico del Col. Schram e il Comando della Divisione “Garemi” rappresentato da Nello Boscagli “Alberto”. A Thiene il 28 aprile il Comando della “Mazzini” ricevette la resa della Xª Mas. Il 29 aprile i partigiani entrarono a Bassano del Grappa. La liberazione completa della città ci fu però il 30 aprile. Le formazioni dell’Altopiano liberarono tutti i centri abitati ma dovettero presidiare il territorio fino alla fine di aprile e ai primi di maggio.
La città di Vicenza insorse e si liberò il 28 aprile. Gli Alleati arrivarono nel capoluogo nel pomeriggio del 28. Il 29 aprile sui muri della città fu affisso il manifesto del C.L.N. Provinciale che si era costituito in Giunta Provvisoria di Governo. Recava le firme dei suoi componenti: A.E.Lievore del P.C.I., I.Ronzani del P.d’A., G.Cadore della D.C., M. De Maria del P.S.I., A.Volpato del P.L.I..
Gli Alleati giunsero nei centri maggiori della provincia fra il 29 e il 30 aprile, trovando dal Basso Vicentino alle Vallate delle Prealpi le popolazioni in festa e i partigiani impegnati nell’ordine pubblico, nella difesa delle fabbriche e dei paesi e nell’opera di arresto dei nazifascisti.
I Comitati di Liberazione Nazionale assunsero le funzioni di direzione politica e amministrativa delle comunità. Non cessarono però le perdite. Il 28 aprile a Vicenza, mentre si recava ad assumere l’incarico della Presidenza della Provincia, veniva colpito a morte l’Avv. Giuliano Ziggiotti, democristiano. E nella Valle dell’Astico il 30 aprile gli abitanti di Pedescala, Forni e Settecà provarono la ferocia nazifascista del terrore e degli incendi con 83 vittime. La zona fu libera la sera del 2 maggio.
Proprio quel giorno fu ufficialmente proclamata la fine delle ostilità in Italia.
Finalmente era giunta la pace e cominciò una vita nuova nella libertà e nella democrazia. Lo slancio e la gioia pervadevano gli animi, tuttavia le ferite materiali e morali erano profonde. La ricostruzione dell’Italia fu compito fondamentale dei partiti antifascisti e degli uomini della Liberazione e ci furono la Repubblica, la Costituzione, la società democratica e sessant’anni di ripresa, di lotte politiche e sindacali, di confronto culturale e ideale, di progresso economico e di pace. Beni che dobbiamo, qui da noi, ai 12.645 partigiani e patrioti vicentini, alle migliaia di internati nei campi di concentramento in Germania, ai 2.607 caduti per la Liberazione in terra vicentina, ai 1.504 deportati per aver appoggiato la Resistenza e alle migliaia di cittadini rimasti senza casa e mezzi per vivere a causa dellerappresaglie tedesche, ispirate e guidate spesso dai solerti e servili fascisti, che oggi ambiscono ad una assurda, illogica e sacrilega equiparazione con gli uomini e le donne della Liberazione.
Bisogna impedirlo e lottare nuovamente per salvaguardare la Costituzione Italiana.