La “famosa” Katia
Tutto ebbe inizio la sera del 5 giugno 1944, quando «Wally» con il fratello Peghin Pietro «Claudio» e con «Catone» stavano percorrendo un sentiero in posizione sopraelevata nei dintorni di Selva di Trissino, scortati dalla pattuglia di «Ursus». Da lassù videro un incendio tra il Costo e la Madonnetta frazioni di Arzignano. Pensarono subito alla pattuglia di «Ubaldo»(26), che quel giorno doveva agire in quella direzione, o a qualche rappresaglia tedesca.
(26) Molon Mario “Ubaldo”, nato a Recoaro Terme il 6.3.1919, da Molon Domenica, prima di divenire partigiano era commesso in un negozio di stoffe.
Non potendo avere informazioni più precise continuarono il loro cammino: «Ursus» con i suoi uomini si diressero poi verso il Roccolo dei Tomba e gli altri verso le rispettive abitazioni (27) cfr. G. ZORZANELLO, Bigata “Stella” , cit., pag. 78-79)
In effetti si trattava proprio di Mario Molon «Ubaldo», che era andato con la sua pattuglia (28) al Castello di Arzignano ed era stato circondato in contrada Calpeda dai fascisti, informati da una spia. «Ubaldo» non si perse d’animo e ingaggiò con essi un conflitto a fuoco in modo che la sua pattuglia, sentendo gli spari, avesse il tempo di rompere l’accerchiamento e di mettersi in salvo. Egli però fu catturato. Venne torturato e poi ucciso a Chiampo (29) quella stessa sera.
(28) Ai primi di giugno 1944 il comando della “Garemi” decise di organizzare delle pattuglie volanti, che siano cioè in continuo movimento per non essere localizzate e per sorprendere il nemico ovunque. Una di queste pattuglie, detta appunto “La volante”, era comandata da Mario Molon «Ubaldo».
(29) La vicenda può essere così riassunta: il 5 giugno 1944 la pattuglia di «Ubaldo» transita di primo mattino per la contrada Restena di Qua, nella quale abitava Boschetti Maria detta Katia. Qui «Ubaldo» chiede informazioni su dove abitasse tale Giovanni Lovato. La donna si insospettisce e corre ad avvertire ad Arzignano il commissario prefettizio Ottorino Caniato. Proseguendo nel suo cammino, diretto verso Montebello, la pattuglia partigiana si accampa in un bosco alle Carlette, mentre «Ubaldo», verso le ore 18, entra nella casa del Lovato nella contrada Calpeda, per chiedere dei viveri. Dopo alcuni minuti la casa è circondata da una quindicina di militi della G.N.R. comandata dal maggiore Mantegazzi. «Ubaldo» si difende con le armi che possiede, una pistola e alcune bombe a mano, ma ferito viene catturato dopo aver fatto un morto e 5 feriti. I suoi compagni, sentita la sparatoria, hanno modo di mettersi in salvo. Viene portato ad Arzignano, interrogato e maltrattato. Poi, insieme al partigiano Illido Garzara «Sgancia», catturato quel mattino in altra circostanza, è trasportato a Chiampo dove, dopo nuovi interrogatori e torture, vengono entrambi uccisi.
I partigiani di Selva vennero poi a conoscenza di questi tragici fatti e accertarono anche che quella imboscata è avvenuta a causa della «Katia». Maria Boschetti, infatti, detta «Katia»(30), era una delatrice al servizio dei fascisti ed aveva anche tre fratelli, pure loro inquadrati nella brigata nera. I partigiani decisero allora di punirla e con una pattuglia andarono a prelevarla(31).
(30) Boschetti Maria, detta «Katia» sia nella vita partigiana che in quella di brigatista nera, fu un personaggio molto discusso e discutibile, che con il suo allucinante comportamento condizionò le vicende della “Stella” nella seconda metà del 1944. Abitava nelle contrade di Restena di Qua in Arzignano e non era ben vista dai vicini che minacciava continuamente anche per futili motivi. Era ragazza-madre di una bambina ed aveva tre fratelli, Giovanni, Giuseppe e Luigi, tutti e tre nella brigata nera.
31) Fu la pattuglia di «Ursus» che nella notte tra il 26 e il 27 giugno 1944 si recò a prelevare «Katia»
La catturarono e la portarono in un “cason” alla Uta (località che si raggiunge attraverso un sentiero che parte dal Ponte, detto appunto Ponte della Uta, che si trova poco dopo Selva di Trissino sulla strada che porta a Nogarole). Il “cason” era di proprietà di un certo Pellizzaro che abitava nella contrada Nori di Selva. Lì è stata tenuta prigioniera per un po’ di tempo, in attesa del processo. Questo si concluse con la sentenza di morte. Ma la fucilazione non avvenne forse perché, secondo «Wally», i partigiani non ne ebbero il coraggio perché era una donna, anche se qualcuno, quasi a giustificarsi, raccontò che nel momento cruciale la pistola si sarebbe inceppata. Il fatto certo è che ebbe salva la vita, non solo, ma fu trasferita addirittura al Roccolo dei Tomba sul Faldo, dove si era stanziato il Comando della “Stella”. Qui fu utilizzata per cucinare le vettovaglie e per svolgere altre mansioni di fatica. Rimase lassù fino a settembre(32).
Arrivò al punto di fare in modo che uno dei suoi fratelli venisse catturato, forse per imbonirsi i partigiani o forse perché pensava che poi anche il fratello si sarebbe unito ad essi. Dopo la cattura, il fratello di «Katia» fu processato, condannato a morte e giustiziato giù nel bosco (33).
(33) Trattasi di Giuseppe Boschetti: Rigodanzo Alfredo “Catone” il 2.10.1944 scrive una “Relazione informativa sulla vita partigiana di “Katia”, nella quale dice tra l’altro: “… Ciò che dimostrò a noi che Katia è una vera partigiana fu il comportamento da lei tenuto all’arresto del fratello. Essa stessa lo condannò, fu anzi la prima. Difatti espresse il desiderio che venisse letta al fratello e davanti a tutto il Btg. una lettera scritta di suo pugno. Questa lettera, conservata dal nostro comando, è il più chiaro e comprovante documento delle colpe commesse da Boschetti.” (G.ZORZANELLO, Che almeno qualcuno sappia questo – Archivio storico della brigata Stella 19 settembre 1944 – 1 gennaio 1945, Valdagno, 1996, p.169). “La lettera … accusa Giuseppe Boschetti di essere un fascista fanatico, pronto a tutto, e di essere stato lui, insieme ai fratelli Giovanni e Luigi, pure essi della brigata nera di Vicenza, a costringerla ad abbracciare la causa fascista ed a compiere opera di delazione nei riguardi degli antifascisti conosciuti: la cattura di Ubaldo (Mario Molon) a Calpeda di Arzignano é uno dei crimini di cui si accusa. Dichiara però di pentirsi e di aderire all’opera di liberazione del Paese dall’oppressione nazi-fascista ” (VITTORIANO NORI, La Brigata Nera…Scripta Edizioni, Costabissara, 1997, p.151).Giuseppe Boschetti fu giustiziato dai partigiani verso la fine di agosto 1944.
Forse il rancore e l’odio che «Katia» nutriva nei riguardi di «Wally» ha avuto origine dal fatto che quest’ultima si trovava presso il Comando quando avvenne il processo al fratello, anche se, in realtà essa non ebbe modo di vedere l’imputato se non da lontano e di sfuggita. E pensare che era stata proprio «Wally» a portarle da mangiare quando era rinchiusa nel “cason” della Uta e una volta aveva persino diviso con lei la lana che alcuni partigiani avevano prelevato ad un fascista di San Benedetto. Ma «Katia» faceva il doppio gioco. Cosa che diventò evidente durante il grande rastrellamento del 9 settembre 1944 quando fece un primo inutile tentativo di ritornare con i fascisti. Quel giorno si trovava sotto la custodia due staffette partigiane, Maria Contro «Tamara» e Emilia Augusta Bertinato «Volontà». Le tre donne erano nascoste in un campo di granoturco, quando si trovarono ad essere testimoni dell’uccisione di un certo Raniero.
Costui era un anziano contadino (classe 1878) che stava conducendo le mucche all’abbeveratoio. I nazifascisti gli intimarono l’«alto là!», ma lui non si fermò perché era sordo dalla nascita e non poteva sentire l’ordine: allora gli spararono e lo uccisero.
In quella circostanza «Katia», cercò di sfuggire alle sue guardiane, con l’intenzione di consegnarsi ai fascisti e di ritornare con loro. «Tamara» però la fermò subito, minacciandola con la pistola (34). «Katia» da quel momento fu nuovamente sottoposta a severa sorveglianza e successivamente fu data in consegna a Flora Cocco «Lea» che la tenne in custodia nella sua casa a Brogliano(35).
34) “Katia” suggerì alle due compagne di consegnarsi ai fascisti dicendo: “Io salvo anche voi due..” al che la “Tamara” la fermò con la pistola puntata e la consegnò ad un partigiano. (V. NORI, La Brigata Nera, cit., p.151).
(35) Probabilmente, dopo l’episodio di cui sopra, “Katia” fu tenuta come prigioniera nella zona di Recoaro per un certo periodo e poi fu affidata a «Lea», che così testimonia: “Ho tenuto la Katia per settimane nella mia stanza a Brogliano. Era vissuta prima di venire da me per lungo tempo nei bunker della zona di Recoaro. Era ridotta molto male, nel corpo e nello spirito: aveva i piedi piagati. Quando non potei più tenerla in casa mia mi rivolsi a Catone, il quale mi disse “Fai quello che vuoi”. Allora ho chiesto alla Maria Rasia di tenerla, la quale ha accettato” (Vedi G.ZORZANELLO, Che almeno qualcuno sappia questo, cit., pag. 238 nota 2)

Alla fine di novembre 1944 «Katia» riuscì di nascosto a scrivere una lettera(36), in seguito alla quale i fascisti della Brigata Nera di Valdagno vennero a “liberarla”, catturando anche «Lea», che fu imprigionata e a lungo torturata(37). Passata definitivamente con i fascisti, «Katia» fece catturare molti altri partigiani e fece di tutto per far arrestare anche «Wally», riservandosi apertamente il compito di ucciderla con le proprie mani.
(36) Testimonianza orale di Dal Maso Giovanni «Riste»: “Sembra che dalla casa della Rasia abbia scritto ai fratelli, che militavano nella brigata nera, di andarla a prendere, indicando il luogo esatto dove si trovava. Diede la lettera da imbucare al fratello della Rasia. I fascisti riscattarono la Katia e arrestarono la Rasia. Da quel momento la Katia si mise a completa disposizione dei fascisti” (Vedi (Vedi G.ZORZANELLO, Che almeno qualcuno sappia questo, cit., pag. 238 nota 2).
37) Sull’arresto di Cocco Flora «Lea» riportiamo: “Arrestata il 29.11.1944 in località Brogliano (VI), fu subito dopo deferita con molte gravi accuse al tribunale militare. Durante la sua detenzione durata ben 5 mesi e precisamente fino al 26.4.1945, fu costretta a sopportare nel corso di stringenti interrogatori sevizie d’ogni genere e torture incredibili. Animata dal grande ideale di libertà non svelò mai una parola che compromettesse la formazione partigiana a cui faceva parte, per quanto pubblicamente imputata da testimoni. [Dalla motivazione della “Proposta della medaglia di bronzo al valor partigiano”, aprile 45]” (Vedi G.ZORZANELLO, Che almeno qualcuno sappia questo, cit., pag. 238 nota 1).
Forse «Katia» doveva essere eliminata ancora da principio. Lo sosteneva anche il comandante «Pino», che un giorno si confidò in tal senso con «Wally».
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